PRINCIPI ATTIVI / Calcio

COS’E’?

Il calcio è il minerale più largamente rappresentato nell'organismo umano: nell'adulto è contenuto nella misura di 1200 g circa, il 99% del quale nello scheletro e nei denti. Il rimanente 1% presente nel sangue e negli altri fluidi corporei è indispensabile allo svolgimento di alcune funzioni vitali.


A COSA SERVE?

Nelle ossa, il calcio svolge un ruolo strutturale come componente dell’idrossiapatite e costituisce una riserva per il mantenimento della concentrazione plasmatica, che varia entro stretti limiti intorno a 2,5 mmol/l (10 mg/dl) grazie alle note azioni omeostatiche svolte dagli ormoni calcio-regolatori: paratormone, calcitriolo (1,25 OH-colecalciferolo) e calcitonina. Nell'ambito extra ed intracellulare il calcioione è richiesto per lo svolgimento di funzioni altamente specializzate (attivazioni enzimatiche, trasmissione dell'impulso nervoso, contrazione muscolare, permeabilità delle membrane, moltiplicazione e differenziazione cellulare).


 

COME SI ASSUME?

Il calcio è reperibile in diversi tipi di alimenti. Le fonti di calcio per eccellenza son il latte e i suoi derivati, formaggio, yogurt, latte in polvere che contribuiscono per più del 65% dell'assunzione totale di calcio (540 mg/die). Bisogna considerare però che anche se latticini e derivati ne contengono in buona quantità, non sempre vengono assorbiti adeguatamente dall’organismo, come accade invece con altri alimenti.

I vegetali rappresentano circa il 12% dell'assunzione (97 mg/die); i cereali contribuiscono per l'8,5% (70 mg/die). Tra le verdure che contengono più calcio vi sono le verze, la cipolla, il crescione; altrettanto ricche ne sono le cime di rapa, i broccoli, i cardi e le alghe. Anche i legumi contengono discrete quantità di calcio, per esempio i fagioli, i ceci, le lenticchie e la soia. La frutta che contiene calcio in maggiori quantità è quella secca: fichi secchi, mandorle, pistacchi e noci.

Le carni ed il pesce contribuiscono per il 6,5% (53 mg/die). Le uova sono ugualmente ricche di calcio e, tra i prodotti ittici, pesci ricchi del minerale in questione sono le acciughe, la sogliola, il salmone, le sardine. Altrettanto ne troviamo nei crostacei e nei frutti di mare, come gamberi, gamberetti, polipo, ostriche, cozze.

È difficile stimare la quota rappresentata dal calcio dell’acqua da bere. Potrebbe rappresentare una discreta fonte di calcio, considerando anche il suo consumo medio giornaliero (1,5 l/die). Tuttavia il contenuto delle acque potabili e delle acque minerali è molto variabile, con un intervallo che va da pochi mg/l a più di 400 mg/l.



QUANTO NE SERVE?

La determinazione del fabbisogno di calcio alle diverse età e in diverse condizioni fisiologiche si basa, al momento attuale, sull’effetto che l’assunzione di questo nutriente ha sulla massa scheletrica. Un’adeguata assunzione di calcio è necessaria per il raggiungimento, all’inizio dell’età adulta, di un picco di massa ossea che sia piena espressione delle potenzialità genetiche dell’individuo. Particolarmente importanti sono dunque i fabbisogni durante l’infanzia e l’adolescenza. È stato ipotizzato che le quote di calcio raccomandate da vari Paesi per l'età evolutiva e per i primi anni dell'età adulta non siano abbastanza elevate da ottimizzare il picco osseo geneticamente predeterminato (Matkovic V & Ilich J (1993) Calcium requirements for growth: are current reccomandations adequate? Nutr.Rev., 51: 171-80). 

Secondo le tabelle LARN, i livelli di assunzione sono così suddivisi:

BAMBINI. 
Considerando il contenuto medio di calcio del tessuto osseo e la velocità di crescita, nei bambini fra 1 e 10 anni la quota giornaliera media necessaria per l’accrescimento scheletrico aumenta da 70 a 150 mg. Tenendo conto che l’assorbimento netto del calcio è pari al 35% della quota ingerita, e che un ulteriore apporto del 30% va aggiunto per coprire la variabilità individuale, sono stati calcolati dei valori di 400-550 mg /die (Commission of the European Communities, 1993). Tuttavia, studi condotti con il metodo del bilancio del calcio mostrano che quantità più elevate di calcio possono essere ritenute dall’organismo e deposte nello scheletro (Matkovic V & Heaney R (1992) Calcium balance during human growth: evidence for threshold behavior. Am. J. Clin. Nutr., 55: 992-96.),(Johnston CC, Miller JZ, Slemenda CW, Reister TK, Hui S, Christian JC & Peacock M (1992) Calcium supplementation and increases in bone mineral denisty in children. New Eng. J. Med., 327, 82-87.) hanno inoltre mostrato che, aumentando l’assunzione di calcio nei bambini di 6-14 anni di età fino a 1000-1500 mg al giorno, è possibile ottenere un significativo aumento della massa scheletrica.
Considerando l’insieme di questi studi, si ritiene adeguata la raccomandazione di 800 mg/die per i bambini da 1 a 6 anni proposta nei precedenti LARN, mentre nei bambini tra 7 e 10 anni si propone un aumento a 1000 mg al giorno.

ADOLESCENTI
. Nel periodo puberale si registrano uno sviluppo e un accumulo di massa scheletrica importanti e rapidi. I valori indicati nei precedenti LARN (1200 mg/die) sono considerati sufficienti per garantire un bilancio ottimale. Un recente studio condotto da Lloyd et al. (1992) ha infatti mostrato un aumento della massa scheletrica in adolescenti di 12-17 anni che per 18 mesi avevano mantenuto un’assunzione di 1300 mg circa, rispetto a coetanee che consumavano 1000 mg.

ADULTI
. Il consolidamento della massa scheletrica - soprattutto per effetto di un aumento del contenuto minerale - si verifica subito dopo la pubertà, così che - tra i 20 e i 30 anni - si raggiunge il picco di massa ossea. Successivamente, si osserva un periodo di mantenimento o di lieve riduzione della massa, fino alla menopausa nelle donne e ai 60-65 anni negli uomini.
Si ritiene dunque opportuno raccomandare, per i giovani adulti fino a 29 anni, un aumento dell’assunzione di calcio a 1000 mg/die rispetto ai precedenti valori di 800 mg/die. Negli adulti dai 30 ai 50/60 anni, gli studi di bilancio confermano che il livello di 800 mg, raccomandato nella precedente edizione dei LARN, è appropriato.

GRAVIDANZA E ALLATTAMENTO. 
Durante la gravidanza, e soprattutto nel terzo trimestre, il fabbisogno di calcio aumenta, per la necessità di trasferirne al feto 200-250 mg/die. Analoghe quantità sono perse dalla madre durante l’allattamento: infatti, il contenuto di calcio del latte materno è di 320 mg/l; assumendo un consumo giornaliero medio da parte del lattante di 750 ml, la perdita giornaliera di minerale è di 240 mg per la gestante. Anche se il controllo ormonale del metabolismo calcico determina nella gestante e nella nutrice un aumento dell’assorbimento intestinale e una diminuzione dell’escrezione urinaria di calcio, è comunque opportuno prevenire il depauperamento del patrimonio minerale della donna con un aumento dell’assunzione di calcio di 400 mg, in accordo con le precedenti raccomandazioni.

ANZIANO. 
Nell’anziano si registra una riduzione dell’assorbimento, dovuto a una ridotta sintesi di 1,25 (OH)2 colecalciferolo. Il livello di assunzione dovrà dunque essere superiore a quello dell’adulto. Il livello raccomandato nella precedente edizione dei LARN è considerato appropriato: 1000 mg/die.

MENOPAUSA
. Nei cinque anni successivi alla menopausa, l’assunzione di quantità di calcio superiori a 800 mg/die non è in grado di inibire sostanzialmente la rapida perdita di massa scheletrica, sebbene si osservi un marginale effetto protettivo nell’osso compatto (Riis B, Thomsen K. & Christiansen C (1987) Does calcium supplementation prevent postmenopausal bone loss? A double-blinded, controlled clinical study. New Eng. J. Med., 316, 173-77). Nel periodo successivo, l’assunzione di calcio riveste una maggiore importanza: per livelli di assunzione inferiori al fabbisogno dell’adulto (800 mg) è stata osservata una rapida perdita di massa scheletrica, (Dawson-Hughes B, Dallal GE, Krall EA, Sadowski L, Sahyoun N & Tannenbaum S (1990) A controlled trial of the effect of calcium supplementation on bone density in postmenopausal women. New Eng. J. Med., 323, 878-83); per livelli superiori, nell’ordine di 1500 mg al giorno, in combinazione con un programma di esercizio fisico di livello moderato, è stata osservato un rallentamento della perdita di massa ossea (Prince RL, Smith M, Dick IM, Price RI, Webb PG, Henderson NK & Harris MM (1991) Prevention of postmenopausal osteoporosis. A comparative study of exercise, calcium supplementation, and hormone-replacement therapy. New Eng. J. Med., 325, 1189-95.). Alla luce di queste osservazioni, si ritiene opportuno raccomandare un’assunzione di calcio di 1200-1500 mg/die per le donne al di sopra dei 50 anni che non effettuano terapia sostitutiva con estrogeni.


COME SI MISURA?

Il termine calcemia indica la concentrazione di calcio nel sangue, dove questo minerale si trova in parte in forma libera ed in parte legato a proteine plasmatiche, come l'albumina (80%) e le globiline (20%).Generalmente si valuta la concentrazione complessiva di entrambe le forme, la cosiddetta calcemia totale, a cui le due frazioni contribuiscono in parti grossomodo uguali.

La misura della calcemia è indicata come parte integrante degli esami di routine, per accertarsi che i valori di calcio nel sangue siano nella norma.

VALORI DI RIFERIMENTO* 

Calcemia totale nel bambino: 9-11 mg/dl

Calcemia totale nell'adulto: 9-10,7 mg/dl


COSA SUCCEDE QUANDO MANCA?

L'ipocalcemia è una condizione clinica caratterizzata da un difetto di calcio nel sangue. Diviene concreta quando la calcemia totale scende al di sotto dei 9  mg/dL nell'adulto o quando la frazione libera (calcio ionizzato) si abbassa oltre i 4.5 mg/dL. 

L'ipocalcemia provoca un aumento dell'eccitabilità muscolare, con comparsa della cosiddetta sindrome tetanica. Tra i più precosi sintomi di ipocalcemia ricordiamo la sensazione di intorpidimento o formicolio attorno alla bocca, e di pizzicore e torpore delle dita; se l'ipocalcemia è più severa i formicolii si trasformano in crampi tetanici (mano da ostetrico, segno di Trosseau), fino alle convulsioni. Nelle condizioni più gravi insorgono palpitazioni ed aritmie cardiache severe che, insieme al laringospasmo, possono mettere in pericolo la vita stessa del paziente. I sintomi di una lieve ipocalcemia cronica possono precipitare in condizioni quali gravidanza, stress emotivo o fisico ed allattamento.

Tra le possibili cause di ipocalcemia rientrano:

  • ipoparatiroidismo (inattività delle ghiandole paratiroidi);

  • resistenza all'azione del paratormone;

  • ridotta assunzione di calcio con la dieta per malnutrizione Ipocalcemiao malassorbimento;

  • carenza di vitamina D;

  • resistenza all'azione della vitamina D;

  • resezione intestinale;

  • rachitismo e altre malattie delle ossa;

  • eccesso di fosforo;

  • deficit cronici di magnesio;

  • achilia;

  • acloridria;

  • eccesso acuto di magnesio;

  • infiammazione acuta del pancreas;

  • insufficienza renale cronica;

  • ustioni;

  • alcolismo;

  • assunzione di farmaci anticonvulsivanti (barbiturici, idantoinici).

La carenza di calcio alimentare può arrecare non pochi danni all'organismo; in fase di crescita, può determinare il mancato raggiungimento del picco di densità ossea o perfino una ridotta densità scheletrica cronica quale maggior fattore predisponente per l'osteoporosi geriatrica sessualmente indiscriminata. Oltre agli apporti di calcio, per il raggiungimento/mantenimento del picco di massa ossea sono determinanti anche la quota di vit. D alimentare ed endogena, e l'attività fisica motoria (soprattutto in fase di sviluppo e nella terza età).

Nell'anzianità, l'osteoporosi colpisce prevalentemente il sesso femminile che deve sopportare l'interruzione improvvisa dell'attività estrogenica (fattore ezio - patologico primario per l'osteoporosi femminile).

La forma carenziale di calcio del lattante è legata prevalentemente ad un deficit di vitamina D e/o all'assunzione di alimenti con basso rapporto tra calcio e fosforo (Ca/P). In merito all'equilibrio salino tra calcio e fosforo nella dieta si legga l'articolo: Il giusto rapporto tra calcio e fosforo.

Tratto da http://www.my-personaltrainer.it/salute/ipocalcemia.html


E SE È IN ECCESSO?

Gli eccessi di calcio alimentare sono rari e le rispettive conseguenze metaboliche nefaste sono dovute principalmente all'errata somministrazione farmacologica di vitamina D o per iniezione endovenosa di calcio; parallelamente, un'eccessiva assunzione del minerale potrebbe inibire l'assorbimento di altri sali come il ferro e lo zinco. Alcuni studi hanno anche descritto un eventuale effetto ipotensivo imputabile ad alti livelli di calcio alimentare.

L'ipercalcemia invece è una condizione clinica caratterizzata da un eccesso di calcio nel sangue (concentrazioni superiori a 10.5 mg/dL nell'adulto).

I livelli ematici del minerale dipendano dall'attività della vitamina D e di due ormoni, il paratormone e la calcitonina, che a loro volta modulano il deposito/rilascio di calcio dalle ossa, nonché il suo riassorbimento/escrezione a livello renale e il grado di assorbimento a livello enterico. Ne consegue che l'ipercalcemia può essere causata da tre diversi meccanismi, che possono entrare in gioco isolatamente o in combinazione:

  • eccessivo rilascio, localizzato o generalizzato, di calcio dalle ossa (ad esempio per aumentata secrezione di paratormone, come succede nell'iperparatiroidismo, la causa più comune di ipercalcemia);

  • aumentato assorbimento intestinale di calcio (ad esempio per eccessiva assunzione di vitamina D);

  • diminuita escrezione di calcio a livello renale (come avviene nell'insufficienza renale).

Tra i sintomi riconducibili ad uno stato di ipercalcemia ricordiamo stitichezza, nausea, iperacidità gastrica (l'ipercalcemia aumenta la secrezione di gastrina), dolori addominali, vomito, disturbi psicologici (depressione, stato confusionale, apatia, letargia fino al coma), debolezza, sete, poliuria, disidratazione e dolori ossei. Mentre nei pazienti con ipercalcemia modesta (11-12 mg/dL) la condizione può essere asintomatica, nelle forme gravi l'ipercalcemia si accompagna a sintomi abbastanza severi, fino a costituire una vera e propria emergenza medica (gravi aritmie, coma, insufficienza renale).

Tratto da http://www.my-personaltrainer.it/salute/ipercalcemia.html


QUANDO SI PRESCRIVE E IN CHE FORMA

Riguardo all'ipocalcemia in sé, questa viene corretta attraverso la somministrazione di integratori di calcio (calcio gluconato, calcio lattato, calcio cloruro ecc.) e vitamina D, da assumere 30 minuti prima dei pasti preferibilmente con un bicchiere di latte (salvo intolleranza manifesta al lattosio od altre controindicazioni). L'ipocalcemia acuta deve invece essere prontamente corretta tramite iniezioni di cloruro di calcio o calcio gluconato al più vicino prontosoccorso.

La valutazione dell’apporto giornaliero del calcio può essere stabilita con l’anamnesi alimentare, adottando o meno questionari ad hoc. Qualora l’apporto stimato fosse giudicato insufficiente, deve essere corretto, come quello di altri minerali essenziali, modificando opportunamente la dieta. La correzione del modello alimentare deve essere ampia e ragionata: non deve puntare anzitutto sui derivati del latte quale fonte primaria del calcio, perché questi espongono a un’assunzione eccessiva di grassi saturi, sodio e aminoacidi solforati, ma deve comprendere sia fonti vegetali alternative – ricche peraltro di Vitamina K, elemento essenziale al metabolismo osseo – sia una riduzione dell’apporto di sodio e di proteine animali. Nel caso invece di osteoporosi o osteopenia, accanto ai trattamenti farmacologici specifici, è fondamentale un apporto adeguato di calcio e vitamina D, perché una loro carenza comporta una mancata o non corretta risposta alla terapia. Tra i sali di Calcio consigliati il citrato è il sale alcalino che, permette di tamponare al meglio l'acidosi dovuta ad alimenti "acidogeni" come proteine e  carboidrati e quindi ad avere un miglior effetto sull’assorbimento osseo. Inoltre risulta essere, rispetto ai sali di carbonato e fosfato di calcio, da preferirsi in quanto mostra elevata digeribilità e biodisponibilità permettendo una assunzione prolungata nel tempo fondamentale per il successo della terapia. 

Il citrato di calcio risolve, a differenza di altri sali come carbonato di calcio, il problema della digeribilità, permette l'assunzione a stomaco vuoto e risolve il "paradosso del calcio" ovvero un'acidosi determinata dall'assunzione elevata di latte, latticini, formaggi, proteine animali, carboidrati, che (pur essendo alimenti ricchi di calcio) portano ad una perdita della componente minerale alcalina dell'osso e che determina un'aumentata incidenza di fratture. 

Il citrato di calcio ha caratteristiche preferenziali rispetto ad agli altri sali:

  • non ha bisogno di un ambiente acido per essere assorbito, cosa invece necessaria per il carbonato di calcio, quindi il citrato di calcio può essere assunto tranquillamente dai pazienti che fanno terapie con antiacidi o che soffrono di ipocloridria;

  • ha un'elevata biodisponibilità che favorisce il più alto assorbimento di calcio; questo fattore è determinate ad esempio nei pazienti che soffrono di malattie infiammatorie intestinali, con ridotto assorbimento intestinale;

  • la sua grande biodisponibilità permette al citrato di calcio di avere pari efficacia rispetto al carbonato di calcio, ma a metà della dose;

  • il citrato è un inibitore della formazione di calcoli renali.

A questo proposito il sito del ministero della Salute recita:
"L'assorbimento del calcio carbonato è largamente dipendente dalla secrezione acida gastrica, che può essere ridotta nelle persone anziane o può risentire di un trattamento contemporaneo con anti-acidi o con anti-secretori gastrici. Il calcio citrato è invece più facilmente e più completamente assorbito. Studi mediante la determinazione della calciuria e studi radio isotopici hanno mostrato che il calcio assorbito dopo una dose orale di 2000 mg di calcio carbonato è uguale a quello assorbito dopo 500 mg di calcio citrato. Inoltre il calcio citrato ridurrebbe il rischio di formazione di calcoli renali".

www.ministerosalute.it